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Dipendenti statali

Il vero lascito del kirchnerismo: Stato sempre più grande, costoso e difficile da smantellare

Dai governi precedenti a Javier Milei all'esplosione dell'occupazione pubblica: i numeri raccontano una delle eredità più pesanti del modello politico argentino.

16 Settembre 2026 di Arturo Doilo Fonte: Reel di Miguel Boggiano Tempo di lettura: 8 minuti
Il vero lascito del kirchnerismo: Stato sempre più grande, costoso e difficile da smantellare

C’è un grafico (quello qui sopra), illustrato dall’economista Miguel Boggiano in una breve masterclass, che permette di comprendere una delle principali eredità economiche lasciate dai governi kirchneristi e, più in generale, dalla gestione dello Stato argentino negli anni precedenti all’arrivo di Javier Milei alla presidenza. È il grafico relativo al numero di dipendenti pubblici ogni mille abitanti.

Dietro questa statistica, apparentemente tecnica, si nasconde una questione fondamentale: quanto può crescere la macchina statale prima che il suo peso diventi insostenibile per chi produce, lavora e paga le tasse?
La risposta che emerge dai dati presentati da Boggiano è un racconto di espansione permanente dell’apparato pubblico, di spesa consolidata e di difficoltà politiche nel ridimensionare una struttura che, una volta creata, tende a diventare quasi impossibile da smantellare.

Dal 2003 al 2023: la crescita della macchina statale

Nel 2003, secondo i dati riportati nella masterclass, l’Argentina contava circa 46 dipendenti pubblici ogni mille abitanti. Un numero che, negli anni successivi, avrebbe intrapreso una traiettoria di crescita costante.
Il kirchnerismo, durante gli anni di governo caratterizzati da un’espansione della spesa pubblica e da una forte presenza dello Stato nell’economia, portò questo indicatore a livelli significativamente superiori. Nel 2015, alla conclusione del secondo mandato di Cristina Fernández de Kirchner, i dipendenti pubblici erano già più di 71 ogni mille abitanti.

Il confronto negli anni
  • Anno 2003
    Circa 46 dipendenti ogni 1000 abitanti
  • Anno 2015
    Oltre 71 dipendenti ogni 1000 abitanti
  • Anno 2023
    Circa 74 dipendenti pubblici ogni 1000 abitanti

Si tratta di una crescita che non si limitò al periodo di Néstor Kirchner e Cristina Fernández de Kirchner. Secondo la ricostruzione di Boggiano, anche il governo di Mauricio Macri non riuscì a ridurre in modo sostanziale la struttura ereditata, mentre durante la presidenza di Alberto Fernández il numero continuò ad aumentare, fino a raggiungere il record indicato per il 2023.
Il dato centrale non è soltanto quanti dipendenti pubblici siano stati assunti, ma il fatto che la crescita dell’apparato statale abbia generato costi permanenti, difficili da invertire anche quando cambiano i governi.

La politica delle vacche grasse e l’espansione della spesa

Per comprendere il fenomeno, occorre inserirlo nel contesto economico dell’Argentina degli anni Duemila. La fase successiva alla crisi del 2001 fu caratterizzata da una forte ripresa economica e, negli anni seguenti, da condizioni favorevoli per le esportazioni agricole e per le entrate fiscali.
La disponibilità di risorse può rendere più semplice l’espansione della spesa pubblica. Assumere personale, creare nuovi organismi, ampliare le strutture amministrative e consolidare reti di consenso politico sono operazioni che possono essere finanziate più facilmente quando le entrate crescono.
Il problema, però, si presenta quando la crescita delle risorse rallenta o si interrompe.
Un dipendente pubblico non rappresenta soltanto il costo dello stipendio mensile. A quel costo si aggiungono contributi, strutture, uffici, strumenti di lavoro e altri oneri collegati al funzionamento dell’amministrazione. Quando l’apparato si espande, una parte rilevante di queste spese tende a diventare strutturale.
È questo il punto sottolineato da Boggiano: la spesa pubblica permanente non si riduce automaticamente quando finiscono le condizioni economiche che ne avevano favorito l’espansione.
Il rischio è quello di costruire uno Stato che ha bisogno di entrate sempre più elevate per mantenere una struttura sempre più grande.

Il fallimento della discontinuità: anche Macri non riuscì a invertire la rotta

Un elemento importante della ricostruzione riguarda il governo di Mauricio Macri, insediatosi nel dicembre 2015 dopo dodici anni di governi kirchneristi.
Macri arrivò al potere promettendo un cambiamento rispetto al modello precedente, ma secondo Boggiano non riuscì a ridurre in modo significativo la struttura occupazionale pubblica. Il dato del 2023, con circa 74 dipendenti pubblici ogni mille abitanti, evidenzia che il processo di espansione non era stato invertito.
Questa dinamica merita una riflessione che va oltre il singolo presidente.
Ridurre la dimensione dello Stato è molto più difficile che ampliarla.
Un governo può decidere di creare un nuovo impiego pubblico in tempi relativamente brevi. La soppressione di quei posti di lavoro, invece, incontra resistenze sindacali, opposizioni politiche e conseguenze sociali. Ogni nuova assunzione può trasformarsi in un interesse organizzato alla conservazione del posto e della struttura che lo finanzia.
La questione, quindi, non riguarda soltanto l’orientamento ideologico di un governo, ma gli incentivi politici che rendono più semplice distribuire risorse e più difficile ridurre gli impegni assunti.

Quando la struttura statale aumenta, aumenta anche la necessità di sostenere i suoi costi, a meno che non si proceda con tagli ad altre voci o con un miglioramento delle entrate senza aggravio fiscale.

La spesa pubblica la pagano i cittadini

Perché il numero di dipendenti pubblici dovrebbe interessare un cittadino che non lavora per lo Stato?
Boggiano pone una domanda molto concreta: chi finanzia questa struttura?
La risposta passa attraverso le imposte. Lo Stato deve procurarsi le risorse necessarie per pagare i propri dipendenti e sostenere le proprie attività. Queste risorse provengono, direttamente o indirettamente, dai cittadini e dalle imprese.
Le imposte sul reddito, i tributi sui consumi, gli oneri a carico delle attività produttive e gli altri prelievi concorrono a finanziare la spesa pubblica. Quando la struttura statale aumenta, aumenta anche la necessità di sostenere i suoi costi, a meno che non si proceda con tagli ad altre voci o con un miglioramento delle entrate senza aggravio fiscale.
Il ragionamento dell’economista è chiaro: se si vuole ridurre la pressione fiscale e rendere più conveniente produrre, è necessario affrontare la spesa pubblica permanente.
Naturalmente, il rapporto tra numero di dipendenti pubblici, pressione fiscale e prezzi al consumo non è automatico né si può quantificare senza ulteriori dati. Le imposte, infatti, dipendono da molteplici fattori, mentre l’inflazione e il costo della vita hanno cause diverse. Il punto sostenuto da Boggiano è quello del peso finanziario di un apparato pubblico che continua a crescere.

Non è soltanto Buenos Aires: il problema si estende alle province e ai municipi

Uno degli aspetti più significativi della masterclass è il richiamo alla dimensione territoriale del problema.
Quando si discute di riduzione del settore pubblico argentino, l’attenzione tende a concentrarsi sul governo nazionale. Tuttavia, Boggiano sottolinea che una parte rilevante dell’espansione si è verificata anche a livello provinciale e municipale.
Governatori e intendenti dispongono di leve politiche e amministrative attraverso cui possono ampliare il personale pubblico. La crescita degli organici, pertanto, non è un fenomeno che dipende esclusivamente dalle decisioni della Casa Rosada.
Questa osservazione introduce una questione decisiva per qualsiasi programma di riforma: la riduzione della spesa pubblica non può limitarsi a un solo livello istituzionale.
Se il governo nazionale riduce i propri organici, ma le amministrazioni provinciali e municipali continuano a espandersi, una parte del problema rimane irrisolta. Occorre quindi osservare l’intero sistema delle amministrazioni pubbliche, senza confondere i risultati ottenuti a livello nazionale con una trasformazione complessiva dell’apparato statale argentino.

Il presidente lo aveva promesso e ha mantenuto la promessa fatta, perché dice quel che pensa e fa quel che dice

Milei e l’inizio dell’inversione di tendenza

È all’interno di questo scenario che Boggiano colloca l’azione di Javier Milei.
Secondo i dati illustrati nella masterclass, durante il governo Milei il numero di dipendenti pubblici per mille abitanti ha iniziato a diminuire, arrivando a circa 70. Il dato segnala un’inversione rispetto al picco indicato per il 2023.
La portata di questo cambiamento va valutata tenendo conto di almeno due elementi: la durata del processo di riduzione e la sua estensione ai diversi livelli di governo.
Il ridimensionamento del personale pubblico a livello nazionale, infatti, non implica automaticamente una diminuzione equivalente in tutte le province e in tutti i municipi. È per questo che Boggiano conclude il suo intervento invitando a concentrare l’attenzione anche sulle decisioni dei governatori e degli intendenti.
Il tema non è dunque soltanto quanto lo Stato nazionale riesca a ridurre la propria struttura, ma se l’intero sistema amministrativo argentino possa intraprendere un percorso di contenimento duraturo della spesa.

L’eredità più difficile da smontare

La lezione che si può trarre dalla masterclass di Miguel Boggiano riguarda la natura cumulativa delle politiche pubbliche.
Un governo che amplia progressivamente il numero di dipendenti statali crea una struttura che, negli anni, acquisisce peso economico, sociale e politico. I costi diventano ricorrenti, le aspettative dei beneficiari si consolidano e qualsiasi tentativo di ridimensionamento può incontrare ostacoli rilevanti.
Il problema non è necessariamente riconducibile a ogni singolo dipendente pubblico, né si può stabilire dal solo numero degli occupati se un’amministrazione sia efficiente o inefficiente. Il punto è un altro: la sostenibilità di un apparato statale deve essere valutata in rapporto alle risorse che lo finanziano e ai servizi che è chiamato a fornire.
Nel caso argentino, il confronto tra il dato del 2003 e quello del 2023 offre una rappresentazione concreta dell’espansione della struttura pubblica. La successiva riduzione indicata per il governo Milei suggerisce un cambiamento di direzione, ma non consente, da sola, di stabilire quanto profonda e duratura sarà la riforma.
Per comprendere se l’Argentina stia realmente abbandonando il modello di espansione statale consolidatosi negli anni precedenti, sarà necessario osservare l’evoluzione dei dati, la dinamica della spesa e le decisioni assunte dalle amministrazioni nazionali, provinciali e municipali.

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Una vera disgrazia

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la riduzione della spesa pubblica non può limitarsi a un solo livello istituzionale.

Conclusione: il costo di uno Stato che cresce non scompare con un cambio di governo

La ricostruzione di Boggiano mette in evidenza un problema che l’Argentina si trascina da anni: la crescita della macchina pubblica può essere relativamente semplice da avviare, ma molto complessa da invertire.
Dal 2003 al 2023, il numero di dipendenti pubblici per mille abitanti indicato nella masterclass è passato da circa 46 a circa 74. Nel frattempo, i governi che si sono succeduti, compreso quello di Mauricio Macri, non sono riusciti a realizzare una riduzione strutturale dell’apparato.
Con Javier Milei, secondo la stessa ricostruzione, si è registrata una prima inversione del dato. Resta da vedere se questa inversione riuscirà a trasformarsi in un cambiamento stabile dell’intero settore pubblico argentino.
La questione fondamentale, tuttavia, rimane: uno Stato può promettere tutto, ma qualcuno deve sempre pagare il conto. E quando la struttura che vive di risorse pubbliche cresce senza una corrispondente valutazione della sua sostenibilità, il conto rischia di diventare sempre più pesante per chi produce ricchezza e finanzia, attraverso le imposte, il funzionamento dell’apparato.

fonti e riferimenti

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