Milei e la battaglia culturale che il liberalismo aveva perso
Uno dei più grandi successi del lavoro intellettuale del presidente argentino
Per troppo tempo il liberalismo ha commesso un errore fatale: ha creduto che bastasse gestire bene l’economia e applicare politiche corrette. Mentre si occupava di conti e riforme, ha abbandonato il terreno della cultura – cinema, università, media, linguaggio quotidiano, simboli ed emozioni – lasciandolo interamente in mano alla sinistra.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un senso comune colonizzato da narrazioni anti-mercato, anti-individuo e stataliste. Anche nelle economie più prospere le minoranze organizzate impongono le loro agende alle maggioranze silenziose non con la forza, ma grazie all’assenza culturale dei liberali.
Come ha scritto Axel Kaiser in La fatal ignoranza, il liberalismo soffre di una vera e propria “anoressia culturale”. Hayek lo aveva avvertito decenni fa: le idee precedono le politiche. Senza una trasformazione delle credenze profonde di una società, ogni riforma resta reversibile. Javier Milei rappresenta l’anomalia storica. Non si limita a governare: scrive libri dottrinali (El camino del libertario, El fin de la inflación), interviene sul piano simbolico e intellettuale, collega economia, etica e politica. Sta riportando il liberalismo a fare ciò che aveva smesso di fare da decenni: combattere per il senso comune di un’epoca.
La lezione è chiara. Le riforme economiche sopravvivono solo se difese da una cultura. Senza quella battaglia, la libertà resta un intermezzo precario. Milei ha riaperto il fronte che il liberalismo aveva abbandonato.